“DANTE e LEONARDO un sodalizio sottile” – Intervista con Luca Tomìo storico dell’Arte

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“DANTE e LEONARDO un sodalizio sottile”

Anna Rita Manuali, presidente del Comitato di Terni della Società Dante Alighieri intervista Luca Tomìo storico dell’Arte, in occasione della Giornata della Dante del 29 maggio 2020

Anna Rita Manuali, presidente del Comitato di Terni della Società Dante Alighieri

Luca Tomìo storico dell’Arte


DANTE ALIGHIERI E LEONARDO DA VINCI

Un sodalizio sottile

Anna Rita Manuali intervista Luca Tomìo

Caro dottor Tomìo, Dante Alighieri, il Sommo Poeta, e Leonardo da Vinci, il Genio Universale, i due pilastri e il vanto della cultura italiana nel mondo ma anche due artisti e intellettuali il cui rapporto a distanza non è mai stato molto coltivato dalla critica. E’ così ?

E’ una questione di percezione. Proprio quando Leonardo si sta emancipando dalla bottega di Verrocchio, Botticelli forniva a Giuliano da Maiano i cartoni per le porte in Palazzo Vecchio dedicate a Dante e Petrarca, così come già le fonti coeve ricordano che si dedicò all’illustrazione della Divina Commedia. In Botticelli il rapporto con Dante è esplicito, scoperto. In Leonardo è più celato, più sottile ma è tutt’altro che trascurabile, anzi, oserei dire che è pervasivo.

Leonardo e Dante si parlano dunque a distanza più di quanto sembri…

Dante fa parlare gli spiriti, mentre per Leonardo uno spirito non può parlare perché privo di corde vocali. La discrasia tra i due è netta. Il rapporto non può che essere dialettico: Leonardo cerca nel mondo la vera notizia della forma delle cose, Dante l’orma de l’etterno valore, ma l’anelito gnoseologico, con un afflato diverso, perché è diverso il tempo in cui vivono, è similare. Per dirla con Dante, entrambi onorano scienza e arte avendo uno per modello Virgilio, l’altro Leon Battista Alberti.

Un processo creativo che per entrambi ha comunque la realtà come punto di riferimento.

Il processo creativo di Dante procede per elevazione, per trasumanazione dei dati di realtà, dalla terra al cielo, quello di Leonardo è inverso: anticipando Caravaggio, i volti delle figure sacre che mette in scena nei suoi dipinti sono scelti tra le persone incontrate per strada. Una mamma che guarda divertita il proprio bambino giocare con un gatto diventa una Madonna con Bambino e l’Agnello… Anche con il neoplatonismo Leonardo agisce dialetticamente questa inversione dal cielo alla terra, anticipando Galileo: per Marsilio Ficino è il corpo che si adegua all’anima e ne è la tomba, un tema che si ritrova anche nel Convivio, mentre per Leonardo l’anima vive proprio perché congiunta con il corpo, perché non potrebbe agire senza gli strumenti organici del corpo.

Dunque Leonardo non è stato un “omo sanza lettere” come volevano certi miti romantici, non è stato solo “discepolo dell’esperienza”, ma anzi, è stato un artista-intellettuale che si è misurato e ha dialogato con la cultura del proprio tempo. Dante che ruolo ha avuto in questo percorso?

Gli umanisti possedevano in genere una biblioteca privata che ammontava ad una trentina di volumi. E’ stato stimato che Leonardo, al termine della vita, ne possedesse almeno centocinquanta e  ad uno sguardo superficiale i suoi libri tenderebbero a dare evidenze contrarie alla centralità di Dante. Se nella seconda metà degli anni ’80 si cimentava ancora su testi-base di abaco e latino, pochi anni dopo i libri diventano già quaranta e nel 1504 centosedici. I volumi attestano una cultura universale maturata a Milano, da Ovidio a Petrarca, da Euclide a Galeno, ma Dante non è contemplato fino al settembre 1508, in relazione ad un volume forse da identificare nella  Questio de aqua et terra appena stampata a Venezia da Manfredo di Monferrato.

All’apparenza Dante sarebbe dunque sostanzialmente estraneo alla prima formazione culturale di Leonardo, ma solo all’apparenza…

Leonardo diventa un cultore e cacciatore di libri solo a Milano ma Dante, e soprattutto la Divina Commedia, devono essere considerati il fondamento della sua formazione culturale giovanile. Un’affinata cultura di tipo orale, a cui poteva aver già dato avvio nell’infanzia con il nonno a Vinci, di cui abbiamo piena contezza grazie al racconto del famoso bisticcio tra Leonardo e Michelangelo presso la panca di piazza di Palazzo Spini a Firenze, dove gli huomini da bene erano intenti a disputare un passo di Dante e tutto nasce perché è proprio a Leonardo che ne chiedono l’esegesi.

Davvero una cultura di formazione, avviata a Vinci e poi proseguita a Firenze.

Quando Leonardo si trasferisce in città da Vinci, Cristoforo Landino commentava ormai le Tre Corone come dei classici ma Dante, Petrarca e Boccaccio erano altrettanto conosciuti nelle campagne, unitamente alle novelle e alle facezie a cui Leonardo tanto rimase legato in età adulta come ad un retaggio originario di appartenenza, e non è un caso che fra le ultime carte del primo periodo fiorentino, tra spigolature petrarchesche e citazioni da Ovidio, compaiano spunti di un poeta burlesco come Antonio Cammelli, il Pistoia, che tra l’altro era marito di una sua zia. Senza dimenticare che a Firenze Leonardo era di casa presso la famiglia Benci, molto vicina a Marsilio Ficino, frequentava Lorenzo il Magnifico a due passi dalla biblioteca di San Marco e il suo mentore fu il Bernardo Rucellai, animatore degli Orti Oricellari…

Fondamentale per la formazione di Leonardo fu dunque la cultura orale e alcuni testi di ampia diffusione che facevano parte del bagaglio delle buone letture di un fiorentino del secondo ‘400.

Per il suo stesso modo di costruire le frasi e quindi di parlare, le Tre Corone devono essere considerati autori imprescindibili della formazione fiorentina di Leonardo, insieme ad altri testi di eguale ampia diffusone nelle botteghe d’arte, come la Bibbia o la Storia Naturale di Plinio o i più tecnici trattati di architettura, ingegneria e ottica. In un appunto di poco anteriore al trasferimento a Milano, Leonardo cita Carlo Marmocchi, ingegnere soprintendente all’orologio meccanico di Palazzo Vecchio, Francesco Filarete, amico di Cristoforo Landino, il maestro d’abaco Benedetto d’Antonio ma anche Paolo del Pozzo Toscanelli e un umanista d’alto rango come Giovanni Argiropulo, traduttore di Aristotele e ancora quel Domenico di Michelino che nel 1465 aveva affrescato in Santa Maria del Fiore la Divina Commedia che illumina Firenze, con il ritratto di Dante, la veduta di Firenze e i regni ultraterreni. Dante illumina Leonardo fin dalla giovinezza…

Il mare magnum della tradizione umanistica e scientifica fiorentina… Vasari ci dice anche che Leonardo era il più celebre dicitore di rime all’improvviso del suo tempo e che si accompagnava con la lira.

E’ questo strumento che lo vede protagonista al suo arrivo a Milano nel febbraio 1482, sotto l’egida del Rucellai, quando si cimenta in una tenzone musicale a cui partecipa anche Luigi Pulci, dal cui Morgante Leonardo trasse il nomignolo del famoso garzone-monello, il Salai: una Milano in cui Ludovico il Moro alimenta l’alleanza politico-economica con Lorenzo il Magnifico agevolando sotto ogni aspetto la cultura delle fiorentina lingua, aulica e sarcastica ad un tempo, come promana  da una terzina neopetrarchesca che Leonardo trascrive da Bernardo Bellincioni: se ‘l Petrarca amò si fforte i’ lauro / fu perch’egli è bon fra lla salsiccia e ‘l tordo / i’ non posso di lor ciance far tesauro. E non dimentichiamo Benedetto Dei, esploratore, giornalista ante-litteram a cui Leonardo dedicherà una sorta di bozza per un poema fantastico d’oltremare. Esotico e apocalittico.

La critica si è spesso soffermata sulla visione apocalittica che Dante e Leonardo condividerebbero.

Su questo punto avrei qualche riserva. La visione di Dante è comunque in una prospettiva salvifica tutta medioevale. In Leonardo agisce un pessimismo antropologico tutto moderno, che ritroviamo anche in Niccolò Machiavelli. L’uomo è tristo e la vita è miserevole ma bisogna sempre leggere quello che scrive Leonardo con grande attenzione filologica. Ad esempio, si è parlato spesso di visione apocalittica di Leonardo anche in relazione a questa mini-profezia: uscirà della terra animali vestiti di tenebre, i quali, con maravigliosi assalti, assaliranno l’umana generazione, e quella da feroci morsi fia, con fusion di sangue, da esse divorata. Sapete di cosa sta parlando? Non di un’apocalisse zombie ma di quelle che anch’io considero un vero flagello: le zanzare! Davvero. E’ così. Non è una battuta. L’analisi filologica ed etimologica dei testi di Leonardo è fondamentale anche per comprendere il suo rapporto con Dante.

Ci vuole dire che è con l’analisi grammaticale e lessicale che si può sciogliere il nodo del sodalizio sottile tra Dante e Leonardo?

In un raro documento scritto di Leonardo tra i più precoci, risalente agli anni ’70, in mezzo a studi per macchinari atti a molare specchi concavi, troviamo vergato un vocabolo molto significativo: fiamegiava. Se era Petrarca a cantare già fiammeggiava l’amorosa stella è tuttavia Dante in Paradiso a fare maggior uso di questa voce verbale: s’i ti fiammeggio nel caldo d’amore… così Beatrice apre il V canto di quel Paradiso in cui tutte le creature ardono naturalmente per anelare a Dio. Il primo stile grafico di Leonardo è appunto stato definito  fiammeggiante, come prescriveva Leon Battista Alberti, ma anche intriso di quell’ardore spirituale  che si ritrova nel paesaggio umbro del 5 agosto 1473, eseguito appunto nel giorno dedicato alla Vergine Maria, e allusivo anche alla Cascata delle Marmore del XX canto del Paradiso: udir mi parve un mormorar di fiume…

Molto interessante. E’ un caso isolato o è un’analisi che può diventare sistematica?

In un altro foglio del 1478-80 compare un raro sistema geocentrico con Terra, Luna, Venere, Mercurio, finalizzato forse alla costruzione di un orologio astronomico, a cui Leonardo si riferisce col termine di rubecchio e ruota, rota e macina, volendo significare che il sistema planetario funziona come la macina di un mulino. In questo senso teniamo conto che ritroviamo il lemma rubecchio in una celebre terzina del IV canto del Purgatorio, riprodotta anche dal Signorelli nella cappella di San Brizio a Orvieto, in cui Virgilio spiega a Dante di come il sole sorga vero nord perché la montagna del Purgatorio di trova all’estremità australe. Qui Dante accenna allo  Zodiaco rubecchio che il Landino, da fine latinista, traduce come la parte del cielo che rosseggia per la presenza del sole, mentre in base alle Chiose Cassinesi, ovvero Pietro Alighieri, e come conferma l’uso di Leonardo, sarebbe invece la parte del cielo che ruota verso Settentrione. Questo foglio è fondamentale per comprendere l’uso del volgare che Leonardo e Dante condividono ma anche per capire l’evoluzione molto complessa del pensiero cosmogonico di Leonardo, che prende le mosse proprio dal sistema tolemaico condiviso con Dante.

Un percorso di ricerca davvero molto intrigante.

Che la strada di ricerca sia faticosa ma giusta lo conferma una nota contenuta in un foglio coevo a quello summenzionato: se di diletto la tua mente pasce, che è chiaramente derivata dalla XXII canzone di Dante, quella della donna gentile che sta nella mente mia, com’io la vidi, / di dolce vista, e d’umile sembianza: / onde ne tragge Amore una speranza, / di che il cor pasce, e vuol ch’n ciò si fisi / in questa speme è tutto il mio diletto. E ancora, dalla terza canzone contenuta nel Convivio deriva lo spunto che Leonardo annota su un foglio del Manoscritto A: chi pinge figura, e se non pò esser lei, non la po’ porre, ossia che il pittore, per esercitare al massimo grado la propria arte, deve identificarsi con la figura rappresentata, uscire da sé, non quindi uniformandosi a modelli ideali, fissi, immutabili ma a modelli reali: la pittura intesa come mimesis che assurge a speculazione.

E’ come se tra le righe Leonardo dialogasse sempre a distanza con Dante

Nel paragone contenuto nel Libro di Pittura, il confronto con la poesia, in sottotraccia, Leonardo lo instaura tacitamente proprio con Dante: se tu dirai: io ti discriverò l’Inferno o il Paradiso od altre delizie o spaventi, e ‘l pittore ti supera, perché ti metterà inanzi cose, che tacendo diranno tali delizie o ti spaventeranno e ti moveranno l’animo a fuggire.

Per Leonardo la pittura è superiore alla poesia, negli effetti che riesce a produrre, ma nel rivendicare la superiorità dell’idea dipinta rivela il modello di riferimento: e veramente questa è scienza e legitima figliola della natura, perché la pittura è partorita da essa natura; ma per dir più corretto, diremo nipota de natura , perché tutte le cose evidenti sono state partorite dalla natura, delle quali cose è nata la pittura. Adunque rettamente la chiamaremo nipota d’essa natura e parente d’Iddio.

Riecheggia Virgilio e Aristotele nell’XI dell’Inferno…

Se la Natura è figlia di Dio e l’arte figlia della natura allora l’arte umana può dirsi quasi nipote di Dio. Lo scarto tra Dante e Leonardo sta tutto in questo quasi, che Leonardo infrange con quella  sete di conoscenza che alimenta la nascita del pensiero scientifico, la pittura come scienza e filosofia, che si fa dunque forma specifica ed effettiva di conoscenza del mondo.

Non c’è davvero nessun documento figurativo in cui Leonardo “illustra” Dante?

Leonardo non è mai didascalico. Dal punto di vista figurativo non svela mai le sue fonti e rielabora tutto in base alla propria inventio. Anche l’analisi delle fonti culturali di Leonardo deve essere effettuata in maniera sottile, compreso Dante. Due disegni conservati a Windsor sono stati variamente interpretati dalla critica in possibile correlazione con la Matelda del Purgatorio e con la tenzone tra Dante e Forese Donati ma anche se così fosse si tratta di momenti episodici, frammenti, che troverebbero sistemazione nel più ampio quadro culturale e filologico sulla cui base devono essere ricostruite le profonde correlazioni tra Leonardo e Dante.

Nemmeno un disegno piccolo piccolo?

A ben guardare, uno piccolo piccolo c’è ed è anche emblematico.

Su un foglio giovanile, prima della partenza per Milano, Leonardo disegna un orologio ad acqua e  riflette sull’inesorabilità del tempo: questi nostri miseri giorni i quali si debba ancora piacere di none spenderli e trapassargli indarno e sanza alcuna loda e sanza lasciare di sé alcune memoria nella mente de’ mortali. La stessa ansia che ritroviamo in un foglio coevo in cui medita sul tempo consumatore di tutte le cose. Da queste note traspare un’amara incertezza del Leonardo trentenne, preoccupato delle proprie potenzialità ancora inespresse e infatti questi appunti si collocano mentre tutti i suoi compagni di bottega erano stati inviati a decorare la Cappella Sistina a Roma: in questo momento, a Firenze prima di partire per Milano, dove di compirà il suo destino di genio universale,  Leonardo è solo, è nel mezzo del cammin di nostra vita e ha paura di aver smarrito la diritta via.

Dopo quasi quarant’anni, alla fine della vita, su uno degli ultimi fogli vergati nel castello di Cloux, Leonardo attesta la consapevolezza di non aver trascorso la vita invano, scrivendo un laconico ma emblematico io continuerò, ma ancora nei primi anni ’90, nel pieno dell’attività frenetica per Ludovico il Moro, mentre era intento ad approntare la forma di fusione del colossale Cavallo Sforza, ci regala l’unico riferimento esplicito a Dante: sul recto del foglio ritrae con pochi rapidi tratti di sanguigna il profilo del Sommo Poeta e al verso annota due terzine, non nell’ uso corrente, tratte dal XXIV dell’Inferno, solenne chiosa a quell’estremo io continuerò: Ormai convien così che tu ti spoltri / Disse il maestro che seggiendo in piuma /  in fama non si viene ne sotto coltri / sanza la qual chi sua vita consuma / tal vestigia in terra di se lascia / Qual fumo in aria o nell’acqua la schiuma.

Una lezione che vale per tutti, ma soprattutto per i più giovani: coltivate il vostro talento e non sprecate tempo! Come insegna il mentore di Dante, sed fugit interea irreparabile tempus


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Dante e Leonardo un sodalizio sottile – Intervista con Luca Tomìo – Comitato di Terni Società Dante Alighieri

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